Strizzacervelli. Psicologo o psichiatra? Due approcci a confronto

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Quo vadis?

Chi ha bisogno di rivolgersi a uno specialista della salute psichica, spesso si trova nella condizione di dover farsi  largo nella giungla degli psico-qualcosa per capire chi  esattamente potrebbe essergli d’aiuto. La pressante domanda è: dove andare?

La prima questione riguarda se rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psichiatra. La maggior parte delle persone ormai sa che lo psichiatra è “quello che prescrive i farmaci” e indossa il camice bianco, mentre lo psicologo… no (niente farmaci e niente camice).

Ma cosa  significa esattamente? In cosa si differenziano queste due figure? A chi è più indicato rivolgersi?  È meglio una terapia farmacologica o un trattamento psicologico?

 In questo articolo farò chiarezza sulle differenze fra psicologo e psichiatra, affinché chi cerca un aiuto possa scegliere il percorso a lui più adatto.

Identikit dello psichiatra: l’approccio medico

Lo psichiatra è un medico che si è specializzato in psichiatria. Da questa formazione medica deriva una visione organicistica del cervello. Per lo psichiatra il disturbo è nel cervello; e consiste essenzialmente in un disequilibrio fra le cellule neurali che avviene secondo modalità specifiche a seconda della patologia. Da medico cerca di ristabilire l’equilibrio perduto attraverso gli psicofarmaci.

Queste sostanze, che hanno enormemente rivoluzionato la medicina, agiscono direttamente sul cervello e sono state studiate per provocare una regressione dei sintomi. Possiamo dividere gli psicofarmaci in tre grandi famiglie: antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici.

Semplificando, possiamo dire che gli psicofarmaci o tirano su (antidepressivi), o tirano giù (ansiolitici), oppure tirano “dentro” (antipsicotici).

In pratica, se la persona ha problemi di depressione verranno somministrati farmaci per tirarla su, se invece soffre di ansia o manie farmaci per sedarla, se ha un disturbo del pensiero farmaci per contenerne le fughe psicotiche.

La terapia farmacologica solitamente comprende almeno due o tre farmaci, in modo che gli effetti di ciascuno combinati con gli altri producano i risultati desiderati.

Generalmente i farmaci svolgono un’azione sedativa e di contenimento delle manifestazioni sintomatiche. A partire dagli anni  ’50, quando sono comparsi sul  mercato mondiale,  gli psicofarmaci hanno rappresentato un enorme passo avanti della psichiatria. Soprattutto per la cura di quelle patologie i cui sintomi più severi davano luogo a comportamenti violenti – tanto che uno dei più illustri psichiatri italiani, Vittorino Andreoli, non esita a definirli “camicie di forza chimiche”.

 Identikit dello psicologo: l’approccio umanista

La formazione dello psicologo comprende sia studi sul cervello in quanto organo fisico, sia delle facoltà cognitive. Inoltre grande rilievo viene dato all’analisi del comportamento umano e delle sue motivazioni, nonché alle dinamiche inconsce.

 Per lo psicologo individuare una sede esatta di ubicazione del disturbo psichico è come chiedersi dove si trova esattamente l’anima. Quanto alle cause delle patologie, la psicologia adotta un modello multifattoriale detto bio-psico-sociale, dove sia i fattori biologici ereditari, sia i fattori psicologici soggettivi, sia le cause sociali esterne concorrono insieme all’insorgere del malessere. La patologia, spesso innescata da un evento stressogeno, è quindi il frutto di fattori diversi.

L’intervento dello psicologo si concentra sulla persona in quanto unità psico-fisica, tenendo conto della sua emotività e dei comportamenti che alimentano la patologia, nonché del suo contesto familiare, lavorativo e relazionale in generale. Si cercano di individuare gli schemi di comportamento ridondanti che alimentano il disturbo, si  individuano le risorse già disponibili nella persona per fronteggiare le difficoltà o le si costruiscono pian piano, facendole sperimentare nuove e più adattive modalità di pensare e di agire.

Se lo strumento di lavoro dello psichiatra è lo psicofarmaco, quello dello psicologo è la parola. Attraverso il colloquio clinico lo psicologo cerca di offrire modalità alternative per decifrare la realtà, suggerendo al paziente uno sguardo diverso sul mondo; perché, come scriveva Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” Lo psicologo nel corso delle sedute guida gradualmente la persona alla scoperta di sé, svelando le dinamiche che caratterizzano la sua vita. Questo viaggio porta all’acquisizione di un grado maggiore di consapevolezza, e quindi a un cambiamento dei comportamenti disfunzionali.

Un altro elemento importantissimo nel processo di cambiamento psicologico è la relazione. Secondo autorevoli studi, indipendentemente dagli approcci utilizzati dai diversi psicologi, è proprio la relazione il vero fattore di cura, il rapporto umano che si instaura tra psicologo e paziente durante il percorso.

Psichiatra Vs. psicologo

Alla domanda se sia meglio un trattamento psichiatrico o psicologico, si può rispondere che non esiste un percorso migliore in assoluto. Dipende dal caso in questione.

Generalmente allo psichiatra si rivolge chi ha una patologia più severa, caratterizzata da sintomi acuti. Lo psicologo clinico invece è chiamato a intervenire sia in casi in cui è presente una patologia, sia per supportare condizioni di malessere che non per forza vengono espresse attraverso sintomi precisi. Come nel caso di problemi di coppia o familiari, difficoltà momentanee a cui la persona non riesce a fare fronte (come lutti, divorzi, problemi scolastici), aspetti del proprio carattere o comportamenti che si vorrebbero cambiare etc… Dunque l’ambito d’azione dello psicologo è più vasto di quello dello psichiatra, che rimane invece confinato nella psicopatologia.

A seconda dei casi un intervento psichiatrico, quindi che utilizzi una terapia farmacologica, è indispensabile. Quando la patologia ha raggiunto una severità tale da rendere impossibile qualsiasi progresso psicologico, diventa necessaria una terapia farmacologica volta a ridurre l’impatto che i sintomi possono avere sulle funzioni psichiche nonché sulla vita (interiore, sociale e lavorativa) della persona.

Psichiatria significa “prendersi cura”; infatti a volte lo psichiatra è chiamato più che a curare a prendesi cura di quelle situazioni più difficili – non a caso c’è chi definisce la psichiatria “la triste scienza”.

In altri casi un intervento farmacologico diventa l’unica opzione praticabile. Ad esempio quando la persona, perché troppo anziana o troppo compromessa psichicamente, non ha capacità di verbalizzazione, di analisi o di introspezione. Oppure quando la persona, anche se cognitivamente integra, rifiuta di intraprendere un lavoro su se stessa, optando per una meno faticosa assunzione di farmaci.

Infine per questioni economiche, visto che la terapia farmacologica è meno dispendiosa di quella psicologica. Ad oggi, complice la crisi economica – che rappresenta un fattore scatenante per l’insorgenza di patologie psichiche – sono circa 17 milioni gli italiani con problemi psichici. E chi in condizioni di ristrettezze economiche sviluppa una psicopatologia è costretto a curarsi attraverso gli psicofarmaci.

Il percorso psicologico, oltre che essere economicamente più costoso è anche più impegnativo dal punto di vista umano. Mentre nella terapia farmacologica la persona è passiva e si limita ad assumere una pillola, in quella psicologica è parte attiva di un processo di cambiamento. Se la terapia farmacologica “si prende” quella psicologica “si fa”. Anche con Freud redivivo come psicoanalista, nessuna persona otterrebbe alcun risultato se non decidesse di impegnarsi veramente in un processo di cambiamento.

Durante le sedute, la persona, aiutata dallo psicologo, intraprende una vera e propria scoperta di sé: analizza la propria vita, il proprio comportamento, cerca di capire in base a quali pensieri o convinzioni agisce, individua cosa alimenta il problema che la affligge e  scopre le risorse che possiede per fronteggiarlo. Compito dello psicologo è di aiutare il paziente a comprendere i comportamenti che hanno prodotto la situazione problematica e a cambiarli con altri più sani e adattivi. Insegnargli a riconoscere i propri bias cognitivi, offrirgli un punto di vista esterno, suggerirgli delle alternative di pensiero e di azione, sostenerlo ed aiutarlo nella realizzazione di se stesso.

Cervello Vs. mente

Se lo psichiatra agisce a livello fisico (sul cervello), lo psicologo agisce a livello psichico, ovvero sulle facoltà mentali. Lavorando sul piano cognitivo, emotivo e comportamentale, lo psicologo produce, alla fine del percorso, gli stessi cambiamenti neurali degli psicofarmaci. Ma con un metodo diverso, non chimico.

Com’è possibile? Ecco una sintetica spiegazione.

Il cervello, che è di gran lunga l’organo più complesso e affascinante del corpo umano, si modifica in base alle esperienze che facciamo, e risponde ai nostri comportamenti producendo sostanze diverse. Dunque, i nostri pensieri e i nostri comportamenti ne determinano gli equilibri chimici – e quindi anche gli squilibri. In pratica il cervello di ciascuno di noi rispecchia la nostra unicità, perché viene formato attraverso le nostre esperienze individuali. È come se nel nostro cervello fossero sedimentate le nostre caratteristiche personali.

Infatti, il cervello di una persona che soffre di depressione è diverso rispetto alla norma. In particolare è stato rilevato che i livelli di una sostanza chiamata serotonina (un neurotrasmettitore) sono più bassi rispetto alla media.

Lo psichiatra, agendo sul cervello, coi farmaci opportuni (antidepressivi) ristabilisce i normali livelli di serotonina.

Lo psicologo invece agisce a livello mentale, e modifica la chimica del cervello seguendo un percorso diverso. Attraverso il colloquio clinico, usando la parola e la relazione, lo psicologo induce gradualmente il paziente ad esperire diversamente la realtà e quindi a cambiare il proprio comportamento. Per esempio, potrebbe spingere il paziente ad uscire di casa per combattere l’autoisolamento nel quale chi è depresso tende a trincerarsi.

Spesso le patologie sono come delle prigioni, dei circoli viziosi in cui le persone finiscono intrappolate. Ad esempio, più una persona è depressa, più tende a isolarsi, e più si isola, più cresce la depressione. A livello cerebrale ciò comporta un ulteriore abbassamento dei livelli di serotonina che determinano uno stato emotivo di sofferenza che induce la persona a trincerarsi ancora di più a casa. Esattamente come un serpente che si morde la coda, la sofferenza genera altra sofferenza.

L’intervento dello psicologo consiste proprio nell’invertire questi circoli viziosi patologici che alimentano la patologia, aiutando la persona a cambiare pensieri e comportamenti patogeni con altri più adattivi. Mettendo in moto circoli virtuosi, che generino benessere, si ottiene il riequilibrio dei livelli di serotonina tanto ricercato dallo psichiatra; però senza farmaci.

In pratica, mentre lo psichiatra lavora come un meccanico sul motore dell’automobile (il cervello), lo psicologo parla col conducente (il paziente), per fargli apprendere come guidare correttamente senza andare a sbattere e senza fondere il motore.

Generalmente chi segue una cura farmacologica non intraprende un trattamento psicologico, nella convinzione che l’uno escluda l’altro. Complice l’annosa questione cartesiana del dualismo mente-corpo, che tende a distinguere categoricamente tra res cogitans (realtà  psichica) e res extensa (realtà fisica), psicologo e psichiatra tendono a incrociarsi non molto frequentemente, e le due figure vengono viste come in antitesi. Come se si occupassero di due mondi completamente diversi. Ma, come vedremo, Cartesio era in errore: i due approcci possono completarsi l’un l’altro, e il paziente può trarre notevoli benefici da un trattamento integrato (colpo di scena!).

L’approccio migliore: psicologo & psichiatra in tandem 

Chiedersi se sia un disequilibrio neurale la causa di un disturbo psichico o se siano pensieri e comportamenti patogeni a causare questo disequilibrio è come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. Mente e corpo sono strettamente interdipendenti. Il cervello e le sue funzioni sono saldamente legati ai pensieri e quindi ai comportamenti che poi la persona agisce. L’approccio psichiatrico e quello psicologico non sono quindi in antitesi. Non solo: tutti gli studi più autorevoli concordano nell’indicare come più efficace un trattamento integrato, in cui psichiatra e psicologo collaborano, con i loro diversi strumenti, per il benessere della persona. D’altra parte, un ponte fra i due mondi – solo apparentemente distinti – esiste, ed è il manuale diagnostico di riferimento (DSM), scritto proprio per consentire un dialogo tra professionisti diversi.

Un trattamento integrato ha gli indubbi vantaggi di entrambi gli approcci.

Infatti, per uno psicologo può essere difficoltoso intervenire quando la patologia è giunta a uno stato di severità tale da aver minato le facoltà psicologiche fondamentali della persona. In questo caso un intervento farmacologico può servire ad attenuare e contenere in maniera veloce le manifestazioni sintomatiche più acute, in modo da poter iniziare prima possibile a lavorare sul recupero o la creazione delle risorse necessarie per fronteggiare i problemi da cui ha origine la patologia.

D’altra parte, per uno psichiatra è altrettanto difficile aiutare la persona a liberarsi dai sintomi, a sbarazzarsi del problema senza prima comprenderlo: è come lottare contro i mulini a vento. Per quanto la terapia farmacologica sia corretta, finché nella vita del paziente  sussistono le condizioni che hanno creato i sintomi, la patologia non svanirà, e il paziente non guarirà. In questi casi un intervento psicologico può essere utile per capire quali sono i comportamenti che alimentano la patologia e quali invece quelli che possono creare delle condizioni di benessere.

Infine, l’assunzione di psicofarmaci può comportare un particolare effetto collaterale sull’identità, indefinibile ed insidioso. Come ho osservato nella mia pratica clinica, pazienti inviatimi da psichiatri spessissimo presentano una sorta di “crisi di identità”: non sanno se le proprie sensazioni, emozioni, stati d’animo, sentimenti, pensieri e comportamenti, dipendano dal farmaco o se siano “genuini”. Si viene a creare così un dilemma senza fine, in cui la persona si perde senza mai venirne a capo.

Anche in questo caso, un trattamento psicologico può aiutare la persona a riappropriarsi dei propri vissuti, della propria identità.

Questi sono solo alcuni degli ambiti in cui un trattamento integrato sarebbe auspicabile. Applicare competenze diverse, intervenendo contemporaneamente sia sul motore che sul conducente, può essere un’ottima strategia per ottimizzare il cambiamento e rimettere in pista la persona.

 

By Dr. Davide Lo Presti

 

Autore dell’articolo: Dr. Davide Lo Presti – Psicologo

Ordine degli Psicologi della Toscana. Iscrizione all’Albo N°6319

Tel: 346. 76.48.810

e-mail: davidelopresti@alice.it

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Riceve a Montecatini Terme (PT)

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